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Relativismo

Ven Dic 03, 2010 11:07 am Da Amministratore

Basta la parola: relativismo. E scatta l’equivoco. Si pensa subito a qualcosa di astratto. Importante, per carità. Non è un caso che il Papa ne parli di continuo. Però, se siamo leali con noi stessi, avvertiamo l’idea che si tratta di una questione da filosofi, da dibattito culturale. Da una parte, appunto, i pochi (Papa in primis) che insistono sull’esistenza di una Verità. Dall’altra i più che la negano. Con tutte le conseguenze del caso. E con l’impressione che la battaglia condotta dalla Chiesa sia giusta sui principi, ma perdente nei fatti. Errore! Perché il relativismo non è solo un pensiero debole che si porta appresso un’etica informe. Non riguarda solo le grandi questioni morali annegate nell’idea che una posizione vale l’altra e gli unici orientamenti pratici restano la tecnica e il consenso (è lecito quello che facciamo, se la maggioranza è d’accordo). Il relativismo ha un risvolto concreto nella vita di tutti i giorni, in tutti i suoi aspetti, anche i più reconditi. Ed è un risvolto paradossale e drammatico. Se tutto è uguale, la conseguenza non è che tutto ha lo stesso valore, ma è che nulla vale la pena. Tutto ci consuma in fretta. E nella vita, nella nostra vita quotidiana: il lavoro, i rapporti, la famiglia, ecc. generano disillusione, fastidio, a volte rabbia. Condizione in cui ci troviamo spesso. Il relativismo riguarda soprattutto noi, non gli altri. Ci scava dentro. E’ per questo che è decisivo sconfiggerlo. Trovare un’arma che consenta di vincere la guerra sul campo della vita quotidiana. Da lì passa il vero contributo che i cristiani possono dare alla vita di tutti. Che non è solo la difesa (doverosa) di certi valori da tutelare con ogni mezzo, ma prima di tutto la testimonianza di qualcosa che permetta di affrontare senza timori questo “fastidio”, di non restare intrappolati nella rabbia, di vincere la disillusione, di dare alla vita un altro gusto. Nuovo. Per fare questo non bastano le idee, neanche quelle giuste. Non bastano commenti e parole sul relativismo per abbatterlo. Nemmeno le parole più cristiane. Ricordo anni fa che in un’assemblea fu introdotta un’immagine forte ed efficace del disastro di Chernobyl per descrivere quello che succede alla nostra umanità: fuori appare intatta, ma dentro è indebolita, fiacca, ammalata come per le conseguenze delle radiazioni sparse dalla celebre centrale nucleare. Da quella tragedia si è passati a descriverne un’altra: una specie di “Chernobyl” nel modo di vivere l’avvenimento cristiano. Le parole che lo raccontano possono essere inalterate nella loro ortodossia: carisma, fede, esperienza, ecc., ma il contenuto no! Può diventare un involucro vuoto. Fatto di categorie e discorsi corretti, ma privato della sua caratteristica principale: quella di essere reale. Qualcosa che accade nelle nostre vite, appunto. E calamita, attrae tutta la nostra umanità, come successe a Giovanni e Andrea di fronte a Cristo. Lì diventa chiaro qual è l’unico antidoto a questa malattia che corrode da dentro l’esistenza: la memoria. Il riaccadere di Cristo nella nostra vita, ora. Fino ad attrarre la nostra umanità e la coscienza che abbiamo di noi stessi. E a cambiare, se siamo disponibili. Lo dimostra la stessa testimonianza indomabile di Benedetto XVI, che (non a caso) non si può proprio ridurre a parole, ma è essa stessa prima di tutto un fatto, una presenza. Qui si percepisce il vero contributo che noi cristiani possiamo dare anche alla vita pubblica, dovunque siamo: dalla cattedra di una scuola, in una chiesa di frontiera, nel segreto della propria casa o dagli scranni di un Parlamento… Una presenza in cui riaccade la Sua Presenza e cambia, ci converte.

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